venerdì 18 giugno 2010

Non bisogna ribellarsi contro certe forme dell'oppressione ma contro le sue strutture.
Se si liberano le coscienze dei singoli si corre il rischio di una anarchia di opinioni diverse in lotta fra di loro, mentre per portare avanti un progetto occorre solidarietà e unità da parte del maggior numero di pesone. Per questo sono nate le guide, per uniformare, controllare e purtroppo, degenerando, imporre un modello. Il rischio diventa così quello di finire per togliere la libertà originaria. Ci si dovrebbe limitare forse a dei consigli o direttive senza obbligare al rispetto o indurlo per convinzione, ragionamento piuttosto che per obbligo.
La cultura e la consapevolezza fanno parte della distinzione sociale, sono legate alla ricchezza materiale, alla posizione nella scala gerarchica?
La mentalità apocalittica che fa della peggior disgrazia il preludio alla felicità suprema è il più rassicurante sistema di interpretazione della realtà e del mondo.
Una volta che si è provato a ribellarsi a qualcosa e il tentativo è fallito o rientrato, si perde fiducia soprattutto psicologicamente. Si ritiene quasi che la vessazione sia (diventata) naturale e non si capisce (più) il senso della protesta. La vessazione, il malgoverno diventano un dato di fatto e ci si adegua/ci si rassegna e quasi occorre farlo. A volte addirittura si diventa quasi paladini del sistema in cui si è imparato a trovare un proprio personale tornaconto.
Occorre poi mettere sotto la lente, distiguere, analizzare il concetto di ribellione, prenderlo nel suo contesto. Domandarsi a chi, a che cosa, per chi, per che cosa, con chi, con che cosa. Perché.
La vera ribellione non sta nella forma, nel rifiutare un mondo imposto dall'alto, ma nell'individuare le strutture su cui poggia il sistema a cui ci si vuole ribellare e agire su di esse.
Una rivolta non può riuscire senza sapere, essere coscienti, sicuri della propria forza intellettuale. Ecco perché molti ribelli contadini dell'ancien regime si rivolgevano come guida ai nobili o ai ricchi acculturati che chiaramente poi alla fine li fregavano.
Il lume della ragione è necessario per fare luce e ordine o avere un punto di riferimento, ma non serve a nulla, è arido, fine a se stesso se non c'è un istinto, una passione, una spinta interiore che non chiede ragioni esatte o meccanicistiche.
Avere successo in politica? Programma preciso, coinvolgente, organizzazione, solidarietà.
La società è apparentemente priva di violenza ma si trovano mille altri modi mascherati per sfogare la propria violenza interiore.
Si possono coinvolgere le passioni, gli istinti nella propria ribellione? In forma pura o in forma mediata?
Come si fa a distinguere quando un'unione ad una ideologia è frutto di convenienza?
Quelli che combattono una battaglia in prima fila devono prima di tutto guardarsi le spalle. Una volta che (a grossi costi) il bastione del nemico è stato conquistato, ecco arrivare quelli che non hanno rischiato niente e che, pretendendo di seguire la stessa ideologia dei conquistatori, vanno invece a sostituirsi a quelli cacciati e a riproporre nei fatti ciò che era stato abbattuto.
Come evitare questo? Se si riesce a evitare questo fenomeno allora si può dire che una rivoluzione è riuscita.
Non un'ideologia che cade sopra la personalità ma qualcosa che esce dal di dentro di ognuno.
Marx farà probabilmente la fine di altri profeti rivoluzionari come Calvino. Verrà distorto, sconfessato, abbandonato. Ma risorgerà qualcosa di nuovo con un altro nome, altra forma, simili esigenze o mire. Basta cercare di farlo.
Forse il più grosso ostacolo alla diffusione e alla comprensione di una idea, alla creazione di un discorso, uno scambio di opinioni è il mezzo di espressione che si usa: la parola e più in generale il linguaggio che si usa. Ci sono delle vere e proprie categorie, forme linguistiche che tengono prigioniero il pensiero e viceversa.
Non si può prescindere in ogni pensiero, progetto sociale, riforma morale, utopia dai dati economici. Sono quelli che hanno governato e governeranno per sempre la vita umana.
La fame e la paura della fame, il bisogno e l'egoismo. Legge di domanda e offerta. Rapporto mezzi di produzione - redditività.
Non si scappa: è la legge che governa la vita materiale di ogni essere umano e che non è poi così facile o ovvia come si pensa (vedi Terzo Mondo). E' da qui che deve partire ogni utopia.
Da qui si può parlare di occasione mancata del progresso intellettuale e scientifico moderno. E' vero che la razionalità economica, le scienze, le tecniche sono state applicate ai mezzi di produzione e hanno prodotto un gigantesco aumento di risorse a disposizione. L'uso e la distribuzione però hanno mantenuto i vecchi criteri di privilegio, spreco, distruzione.
Va riformata completamente la razionalità economica.
Per pensare bisogna avere nutrimento a sufficienza in modo da essere in grado di pensare.
Come si fa a tirarsi fuori materialmente e mentalmente da pantano delle regole?
La maggior parte delle ribellioni delle classi inferiori avengono quando si attenta a quello che hanno, si vuole togliere qualcosa alla loro rendita, ai loro diritti consuetudinari, indipendentemente dal grado di elevato o basso benessere.
I contadini del Rinascimento vivevano in condizioni molto peggiori rispetto alle nostre ma proporzionalmente accettavano il loro stato come unico loro possibile e si ribellavano quando veniva aggiunta una nuova tassa o si toglieva un loro diritto/privilegio a sfruttare terre comuni.
La cosa più difficile e eroica è mantenere alto il vessillo della ragione in momenti di estremismo, di grandi problemi/scontri/contrasti, in periodi di transizione/scelta/crisi/disordine. Marciare solo contro un esercito di fanatici e sacrificare la propria vita. La storia è piena di questi martiri e di martiri potenziali che non hanno avuto il coraggio di rivelarsi. Ma qui sta il punto per forzare la via all'utopia.
La cosa più difficile è raggiungere una visione generale dell'ambiente/società/pensiero entro cui si opera e su cui si spera di intervenire.
Non si finirà mai di sottolineare l'importanza di chi sa discernere/sintetizzare tutti i rapporti, anche i più nascosti, tutti i meccanismi che fanno funzionare il mondo in cui viviamo. Grazie a questa capacità, queste persone riescono a vedere e a capire cosa è necessario cambiare, riformare, quale risultato raggiungere, quali sono le strategie, le persone da coinvolgere, i pericoli, le degenerazioni.
Troppo spesso invece le rivendicazioni, le spinte al cambiamento sono molto confuse o tendono a correggere alcuni aspetti/parti dell'insieme, alcune prerogative o privilegi di natura immediata, rinunciando ad operare a livello più generale, dando così una base più sicura ai cambiamenti.
Anche nel passato il principale motore di sommosse e rivoluzioni è stata la tassazione da parte di un potere centralizzato su dei soggetti consapevoli e organizzati, come pure la perdita di libertà e prerogative.
Forse anche un resoconto storico deve essere avvicinato di più ai soggetti che lo hanno vissuto, traducendo stati d'animo, paure, risoluzioni, rabbie anche in modo drammatico. E' lì che ci sono le ragioni della storia più di certe teorie finalistiche.
Vale la pena di approfondire il concetto di centralizzazione, controllo/influenza di un organismo esterno sulla vita di ogni singolo individuo o gruppo sociale.
E' giusto paragonare certi movimenti, certi atti, certe forme di vita/lotta sociale del passato con altri del presente? Insurrezione/protesta <---> sciopero. Parroci, chiese <---> giornali, tv.
Le leggi sono una garanzia, ma non sempre chi le deve far rispettare o le deve attuare lo fa correttamente. E' il potere che condiziona le leggi e non viceversa.
Si ha a che fare nella storia del capitalismo con l'inumanità, la scarsa considerazione dei più semplici diritti di tutti gli uomini (500: intere schiere di contadini espropriati che vivevano di sussistenza ---> vagabondaggio, violenza, abbrutimento; 800: schiavitù della macchina).
Anche oggi non si esita a licenziare e a considerare il concetto di manodopera in esubero. Occorre trovare un'alternativa.
Ci si può ribellare senza sapere perché e per chi ci si ribella?